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angolo politico

La Spaccafamiglie
è fra noi!!!

Documentro MATRIX


Se questa è la difesa delle famiglie...

Lettera aperta della Società italiana delle storiche



contro le radici del sessismo
European Truck Tour
For Diversity - Against Discrimination
, Piazza del Popolo, 14 settembre 2006


contro le radici del sessismo Culture e Convivenze: Multiculturalismo e conflitto tra i sessi di Bianca Pomeranzi


contro le radici del sessismo Peccato di informazione
di Monica Luongo

contro le radici del sessismo Voi maschi potreste anche parlare, e noi schierarci con Kaur e Hina di Franca Fossati

contro le radici del sessismo Contro le radici sessiste dell’Europa di Edda Billi

contro le radici del sessismo Rete di Donne di Bologna
in merito alle politiche culturali contro la violenza sulle donne

contro le radici del sessismo Telefono Rosa comunicato stampa del 1 settembre 2006

contro le radici del sessismo Comunicato della LAI

contro le radici del sessismo Violenza sessuale: è l'ora di una nuova consapevolezza
articolo di Ivana Bartoletti

 

L'Angolo Politico della Casa - Documenti

La Casa internazionale pretende verità
Quando il dito indica la luna gli ipocriti guardano il dito

La Casa internazionale delle donne si rallegra per il successo della grande manifestazione del 24 novembre, nella quale 150.000 donne hanno denunciato i livelli intollerabili della violenza maschile contro le donne: una violenza che non conosce confini tra i paesi e le culture, e che  soprattutto in famiglia si compie in modi efferati. Nella lunga preparazione della manifestazione, numerose assemblee nazionali avevano costruito un percorso di grande affermazione di autonomia delle donne, della loro autodeterminazione e della radicalità delle loro posizioni,  in difesa della libertà femminile e contrarie ad ogni strumentalizzazione. La manifestazione intendeva denunciare il disconoscimento della realtà, compiuto nelle politiche securitarie: la violenza alle donne non c’entra nulla con il “pacchetto sicurezza” ma richiede piuttosto un decisivo salto di qualità culturale e antropologico, e un impegno politico in questo senso. 
In particolare, si era perciò deciso di non avere palchi a conclusione del corteo, per evitare lo spettacolo dei soliti “cappelli” partitici.  A piazza Navona, invece, le 150.000 donne hanno trovato ad accoglierle un “fuori programma”, un palco televisivo,  con donne parlamentari e ministre che in quella sede rappresentavano le istituzioni di governo e di opposizione. Aderire ad una manifestazione significa condividerne i contenuti, le pratiche, le finalità: sarebbe stato opportuno, per le politiche di professione, prendere sul serio le discriminanti poste dalle donne, ed evitare quindi ogni protagonismo mediatico.
Non dunque di intolleranza, si tratta, né tanto meno di violenza verbale:  troppi organi di dis-informazione descrivono così la vivace reazione delle organizzatrici, secondo   vecchi metodi maschili, ma perdono l’occasione di esplicitare il senso e la novità di una grande affermazione di autonomia politica  delle donne.  


Lesbica, femminista e non inquadrata. Grazie Edda!

Saranno state le 8.35 di un’afosa giornata di fine agosto, la sigletta rassicurante di 1Mattina che da decenni accompagna il lento (o forse mai avvenuto) risveglio degli italiani, annuncia che si torna serenamente in studio dopo la devastante e lunghissima sequenza di tragedie dall’Italia e dal mondo che il TG1 ha appena finito di sciorinare con elegante disinvoltura. Devastante e tragico anche il Meteo che ci rivela che difficilmente le temperature scenderanno sotto i 40 gradi prima di 3 o 4 giorni. >segue


Approvazione DICO

Apprezziamo che il governo abbia finalmente approvato il disegno di legge sulle convivenze poiché da un punto di vista simbolico restituisce un minimo di dignità alle persone omosessuali ma lo riteniamo insufficiente perché rimane altissima e ingiustificata la discriminazione nei loro confronti. Sappiamo che questo risultato è merito principalmente della tenacia e dell’intelligenza della Ministra Pollastrini che ha saputo tenere alto il suo impegno di laicità e di coerenza politica nonostante la violenza delle indebite ingerenze.
Per questo la ringraziamo.


Per Adele Faccio

Cara antica compagna di tante lotte, quelle degli anni settanta quando combattere contro la piaga dell’aborto clandestino significava andare anche in galera. E tu ci sei andata. Donna piena di passione politica, di grandi intuizioni, di grande coraggio. Nipote di quella proto femminista che fu Sibilla Aleramo, ne prendesti la staffetta ideale e corresti attraverso tutti i territori, superando ostacoli e difficoltà. Allora come oggi, purtroppo, contro una gerarchia vaticana ottusa e crudele, contro gli integralismi, i sessismi, contro una società culturalmente medievale credendo nella possibilità di un futuro migliore per tutte. Ti dobbiamo essere grate se qualche cambiamento c’è stato, in primo luogo quello che essere donna in un mondo connotato al maschile comincia a voler dire che i sessi sono due e che c’è speranza anche per i milioni di donne oppresse che ancora abitano la terra.

Grazie Adele.

Edda Billi per l’AFFI della Casa Internazionale delle Donne


Catania. La notte delle iene e la processione di Sant’Agata

Pippo Baudo ha protestato perche’ il Vescovo di Catania non ha sospeso la processione di sant’Agata (5 febbraio) in segno di lutto per l’assassinio dell’ispettore Francesco Raciti. Baudo ha pure “rimproverato” al Papa di non aver condannato la violenza negli stadi e i fatti di Catania, domenica scorsa, all’Angelus di mezzogiorno, mentre condannava l’aborto e l’eutanasia in difesa e a tutela della vita umana.

contro le radici del sessismo leggi l'articolo di Nella Condorelli per Articolo 21


L'assassino non bussa: ha le chiavi di casa.

La famiglia, cellula costitutiva della cultura patriarcale, è la sede indiscussa della violenza degli uomini contro le donne, violenza che accomuna latitudini, etnie, religioni e classi sociali.
Denunciamo che questa violenza non è un allarmante fenomeno sociale degli ultimi tempi ma una realtà costruita in millenni di storia, che affonda le radici ovunque.
Riusciremo ad estirparle e a sconfessare il terrorismo familiare, nonostante abbia complici innumerevoli: la strategia vaticana che riporta le donne sottomesse in casa, la deriva delle destre che protegge e rinforza i ruoli tradizionalisti che vogliono la donna come subalterna, il silenzio troppo spesso complice della nostra società, che nei fatti legittima la famiglia come luogo delle relazioni fondamentali e la pone al centro delle politiche sociali, il razzismo sempre meno strisciante e sempre più esplicito, che cerca di convogliare il biasimo sociale sugli stranieri.
E nessuno si senta escluso.

Cercare di restare neutrali su un evento di violenza equivale a tollerarla e a legittimarla. Non c'è mai nessuna giustificazione alla violenza degli uomini contro le donne.

Le donne unite dicono basta all¹occultamento ideologico legittimato da istituzioni, religioni e mezzi di informazione, senza eccezioni. Usciamo dalle case e scendiamo in piazza per diffondere i dati della drammatica realtà quotidiana delle donne, i dati dei Centri antiviolenza di Roma, quelli dei consultori, dalle molestie al femminicidio. 1.600 donne l'anno si rivolgono ai Centri antiviolenza di Roma, di cui l'89% subisce violenza in famiglia. Le donne uccise in Italia per mano di partner ed ex-partner nel 2004 sono state 120.

La violenza sessuata contro il genere femminile è estremamente diffusa anche fra gli occidentali delle classi alte, tra i bianchi e tra i cristiani. Per le altri parti del mondo con le lapidazioni, le mutilazioni genitali, le impiccagioni di donne "colpevoli" solo di essere tali, non aggiungiamo parole.
La violenza patriarcale non riconosce l¹altro da sé ed ha come obiettivo la cancellazione della sessualità femmi
nile. Perciò il patriarca tende allo spengimento di ogni traccia di vita, ogni desiderio, anche il desiderio di reagire.
Ma noi non ci sottomettiamo a questa logica. Non offenderete oltre la nostra libertà. Esigiamo la cultura del rispetto sociale della libertà femminile anche per il lesbismo così duramente colpito dallo stupro, dalla violenza e dall'intolleranza fascista. Le donne che scelgono altre donne come relazioni primarie sono oggetto di scherno e di odio, come tutte le donne che scelgono di vivere in modo autonomo. Chiediamo con forza che la violenza domestica rimanga fuori dall'amnistia, che si legiferi sui maltrattamenti e le persecuzioni dei partner ed ex-partner, purtroppo fino ad oggi impuniti. Chiediamo inoltre un piano integrato per un contrasto alla violenza alle donne forte e determinato. La nostra è lotta per la vita, la libertà, la felicità.
Non ci fermerete.

Il movimento delle donne di Roma riunito in assemblea il 20 Novembre 2006, presso la Casa Internazionale delle Donne, via della Lungara 19, Roma.



Noi non ci accodiamo!

Vogliamo attraversare la manifestazione del 4 novembre sulla precarietà praticando forme di resistenza all'invadenza delle nuove forme di lavoro.

Nel pretendere un reddito garantito che consenta di liberarci dalle maglie della famiglia, dai ricatti del lavoro, dalla violenza della precarietà quotidiana, agitiamo la nostra coda colorata, pelosa, sinuosa per spazzare via la noia dei tentativi di addomesticarci.

Sventoliamo le nostre code in faccia a chi ci vuole negare il reddito che ci spetta.

Le code sono il simbolo della nostra capacità di trasformare il ricatto e la violenza nella consapevolezza che non saremo mai vostre. Sono la nostra via di fuga dall'alienazione.

Aliene come vogliamo noi. Sventoliamo insieme le nostre code!

Questa pratica è riproducibile ovunque da chiunque. Ma se volete riprodurvi (o ac-codarvi) con a/matrix scrivete ad amatrix@inventati.org se volete un'anteprima delle nostre code guardate su http://italy.indymedia.org/news/2006/11/1175572.php


Culture, convivenze, sessualità: un forum alla Casa delle donne  di Roma
di Francesca Koch

Con il forum di riflessione di sabato scorso, le donne e i gruppi  femministi  della Casa Internazionale hanno voluto, in primo luogo, segnalare l’insofferenza rispetto a un dibattito pubblico che si trascina tra la ripetizione dei peggiori stereotipi dell’immaginario sulle donne e la costruzione di un’idea del nemico (l’altro, lo straniero, fuori di casa) che serve solo alla rimozione delle problematiche reali della convivenza tra uomini e donne, migranti e nativi.   
Ma, soprattutto, si voleva affermare una visione più ampia delle relazioni tra i sessi, la necessità di riconoscerne la valenza politica, l’urgenza di ripensare la sessualità e la violenza a partire dalle esperienze dei soggetti e dal sapere costruito dalle donne, nelle loro strategie di analisi e di cambiamento. La Casa delle donne si è posta  dunque come spazio politico in cui mettere a fuoco una visione comune, grazie al confronto tra esperienze diverse e alla valorizzazione delle differenze.  Per questo, l’organizzazione della giornata intrecciava volutamente il piano delle analisi e delle pratiche, le esperienze italiane con i modelli di altri paesi ( a cominciare dalla Spagna)  e con le politiche europee  (a proposito, a che punto siamo con la campagna europea contro la violenza sessuale dopo la tappa di Trieste?)  
Dai racconti delle donne impegnate da anni nei centri antiviolenza, delle mediatrici culturali, delle magistrate, delle operatrici nella sanità pubblica emerge un dato già noto, e cioè che per il 90 % è in casa che le donne sono aggredite e seviziate, e che la violenza domestica deve essere riconosciuta come un dato strutturale in Italia e in Europa. E’ così anche per le migranti (Nabila Kouachi, Trama di Terre, Imola), ma esse fanno più fatica a denunciare la violenza perché dipendono economicamente da chi le sevizia e perché non hanno sufficienti reti di sostegno e risorse linguistiche. Andrea Diez, giovane ricercatrice argentina, racconta come, nel suo paese,  le donne indigene subiscano una violenza che è grave il doppio, perché non abbastanza presa in carico dalla società; nel Maghreb (Monica Mancini, Imed) la rete delle donne che si è attivata sul territorio per costruire luoghi di rifugio e case delle donne  si trova a sfidare la solitudine e il silenzio sociale.
In Italia, i centri antiviolenza non sono soltanto attivi per l’accoglienza e l’assistenza, come vorrebbe una immagine diffusa ma riduttiva: rappresentano invece dei luoghi di progettualità e di protagonismo femminile,  di  saperi e di speranze (Maria Grazia Passuello, Solidea); è necessario ripensare e valorizzare il lungo lavoro di prevenzione e di  formazione ( dagli operatori sociali ai vigili, ai medici di base, ai bambini nelle scuole) per una educazione al rispetto di se stessi e degli altri e  per avviare efficaci azioni di contrasto. Forte della lunga esperienza di questi anni, la rete dei centri antiviolenza ha chiesto alla ministra Pollastrini di attivarsi per un piano nazionale antiviolenza con interventi integrati in una visione sistemica globale ( Emanuela Moroli, Differenza Donna).  La relazione tra le donne e il lavoro sul territorio fa dei centri antiviolenza dei laboratori sociali dove si produce sapere ed esperienza, e dove grazie alla sinergia tra le donne del movimento femminista e le donne nelle istituzioni si è costruita negli anni una cultura  nuova. Infatti, solo se si rafforza  una cultura diversa si potrà aspirare ad un cambiamento nelle relazioni tra i sessi, poiché è il contesto socio culturale che, tollerandole, permette alle perversioni di svilupparsi, ed è la percezione sociale che definisce in ogni momento storico la violenza e la reazione delle vittime,  la possibilità di denunciare e di  sconfiggere la solitudine in cui si trovano ancora molte donne.  

A questa trasformazione necessaria alludono molte esperienze: il collettivo teatrale che lavora nei luoghi del disagio, per trasformare la violenza e l’umiliazione subita  in una potenzialità di maggiore conoscenza delle proprie risorse, e che agli adolescenti propone un lavoro proprio  sull’Otello (Benedetta Montini); le molte iniziative del centro Lisa-Donne in genere per la prevenzione e la formazione con gli enti locali ( Gianna Urizio, Rita Corneli); il laboratorio interculturale La Lucerna ( Maria Teresa Tavassi)  dove le donne lavorano e raccolgono le loro storie, trovando così una nuova dignità e fierezza di sé;  la riflessione dell’associazione Maschile-plurale, da tempo impegnata per una assunzione di responsabilità maschile, perché siano gli uomini a farsi carico del discorso sulla violenza contro le donne e ad aprire il conflitto all’interno del loro sesso ( Stefano Ciccone).
Molti sono gli aspetti inaccettabili e pericolosi del discorso pubblico sulla violenza  sessuale: lo slittamento frequente dalle convivenze difficili per la diversità culturale ad un comunitarismo di tipo religioso (Giovanna Romualdi); tutti i fondamentalismi religiosi sono violenti, ricorda  Marguerite Lotin nata in Camerun ma “cittadina del mondo”,  che chiede un maggior dialogo per sostenere  le donne immigrate; l’incompiutezza del processo della giustizia e del risarcimento, la solitudine di molte donne nelle aule dei tribunali, cui spesso le sentenze offrono una giustizia solo nominale (Paola di Nicola); le politiche europee  che, come la Banca Mondiale, colgono  della  violenza contro le donne gli aspetti negativi per l’economia, ma non il  vulnus gravissimo ai diritti umani delle donne ( Maria Grazia Rossilli);  lo stereotipo ancora forte sulla  famiglia, tuttora vista come luogo della protezione e della tutela e, in genere, la tendenza ad una rappresentazione complessiva della donna in chiave di disvalore, che nega di fatto  la costruzione di  un modo diverso di vedere i problemi ( Marina Pivetta)  
 Nel confronto con l’attualità politica - le scadenze della giornata europea contro la violenza sessuale, la necessità di mantenere alta la mobilitazione, con una parola pubblica collettiva e una maggiore   presenza  anche nelle piazze, con temi definiti e precisi -  e soprattutto nel giudizio sul  disegno di legge abbozzato dalla ministra delle PO a tutela delle vittime di violenze sessuali, la discussione si fa serrata. C’è  chi guarda con favore a questo progetto (Ivana Bartoletti, ass.Anna Lindh) riconoscendone gli aspetti di sistema e le novità nell’ampliamento dei reati perseguibili (ad esempio il reato di molestie e minacce persecutorie), o nel riconoscimento del legame tra la violenza e la  disparità di presenza delle donne nei luoghi pubblici;  ma in molte prevale piuttosto la preoccupazione per la deriva securitaria sottintesa al disegno di legge, la cui  impostazione fa riferimento a una visione delle donne come oggetto di tutela e non soggetti di autodeterminazione; una legge che si vorrebbe far passare in nome delle donne, ma che non tiene conto della loro soggettività autonoma. Il disegno di legge, infatti  non si distanzia dallo  schema del controllo della sessualità e del corpo femminile; l’enfasi sull’aspetto giuridico e penale sposta il fuoco dell’ intervento sull’esterno (“il problema è sempre dell’altro”), e si perde l’occasione di analizzare il tema della sessualità e delle identità maschile e femminile nei risvolti culturali e politici, il conflitto tra i sessi agito nella quotidianità (Angela Azzaro).  Un piano d’azione su questi temi non può che nascere dal confronto leale con i saperi e le pratiche  femminili e con le strategie di trasformazione che ne derivano; alla base ci deve essere, insomma, un riconoscimento della autorevolezza politica dei soggetti femminili e femministi, che devono essere  interlocutori privilegiati per questo progetto legislativo;  il rischio, insomma, è che questo governo, per assecondare le ipotesi di  alleanza trasversale, dia spazio alle posizioni conservatrici, ma che perda  così l’occasione di dare  un segno forte di discontinuità culturale e politica, a partire dal riconoscimento della centralità delle donne nella politica (Bianca Pomeranzi).
( Francesca Koch)



RIFLESSIONE SULLA VIOLENZA ALLE DONNE

UNA GIORNATA DI STUDIO PRESSO LA CASA INTERNAZIONALE DELLE DONNE
Roma, 28 ottobre 2006-10-30

La mia breve riflessione parte dall’esperienza di circa 5 anni di impegno de “La Lucerna. Laboratorio Interculturale” con persone immigrate, per lo più donne; da oltre 10 anni di lavoro in Caritas Italiana nel Coordinamento nazionale per la lotta contro la tratta di esseri umani per sfruttamento sessuale (1995-2006), di cui tre anni (1997-2000) anche nella Commissione Nazionale Parità.
Quindi, una visuale particolare, quella della tratta e non quella della violenza alle donne, specie in famiglia.
Le donne che in questi cinque anni hanno frequentato La Lucerna per le attività artigianali (laboratori di cucito, macramé, cartonnage, legatoria) o i momenti culturali (seminari, incontri, Mostre sull’Africa, raccolta di fiabe, di racconti relativi a mestieri, sul pane…) sono donne diverse: alcune, specie nei primi anni, vittime di tratta; altre madri nubili, donne isolate rispetto alla realtà italiana, donne che hanno subito violenza, profughe o richiedenti asilo, persone con qualche disturbo psichico a causa di sofferenze vissute, torture, guerre, rapimenti, o altro.  Per tutte loro è stato importante trovare un ambiente sereno, in cui ricostruire rapporti e relazioni, riacquistare fiducia in sé e negli altri. Il lavoro manuale facilita, infatti, la relazione e il vivere un clima sereno e collaborativi con persone di diverse etnie, Paesi, religioni. Inoltre, le donne, imparando un mestiere, riescono a trovare un lavoro, seppure marginale al tempo dedicato alla famiglia, e riescono a guadagnare qualcosa facendo, per esempio, piccoli lavoretti di cucito per i vicini, i parenti e gli amici.
Mi soffermo in particolare sul tema della tratta, nel quale ho lavorato più a lungo.
Le donne vittime di tratta sono state donne Nigeriane in un primo tempo, ma poi dell’Europa dell’Est e di altri Paesi dell’Africa, persone straniere portate con l’inganno in Italia, per lo più da connazionali e poi, private di identità, attraverso la confisca e la distruzione dei documenti di identità, senza permesso di soggiorno e quindi vulnerabili, costrette sulle strade all’esercizio della prostituzione con diversi clienti ogni sera, per riuscire a pagare il debito contratto per il viaggio e la “sistemazione” alloggiativa e lavorativa (60/70 milioni di lire, poi 40.000 euro). La loro vita sulla strada è difficile e dura perché sono donne soggette a ogni tipo di sfruttamento e di violenza sessuale, da parte di sfruttatori, ma anche di clienti, che richiedono prestazioni diverse. Alcune donne scompaiono nel nulla e non se ne sa più niente. E’ un fenomeno che frutta molto denaro, e fa rischiare poco, rispetto al commercio di droga e di armi. Le donne possono essere costrette a dichiararsi figlie, sorelle, cugine, se vengono fermate; e quando parlano possono anche rischiare la vita o ritorsioni sulle famiglie, nel proprio Paese. Oggi si vedono meno donne sulle strade o, almeno al fenomeno dello sfruttamento su strada si è aggiunto quello in luoghi chiusi: night club, ristoranti, locali notturni, alberghi, camere di affitto. E questo rende ancora più difficile l’incontro di operatori/trici con le donne, perché è più facile al chiuso evitare controlli o approcci. Soltanto i clienti, a volte, si impietosiscono di fronte alla situazione che vengono a conoscere e le  aiutano per l’avvio di un cammino di liberazione.
Una riflessione vorrei fare a partire dai clienti. Questi ultimi sono persone italiane, di ogni età e di ogni estrazione sociale, sposati e non, studenti, operai, impiegati e pensionati… Sono le cosiddette persone “della porta accanto”, uomini che sembrano condurre una vita normale e poi vivono con queste donne “pause” di sadismo e richieste ambigue. Se i clienti sono persone “normali”sono forse gli stessi che in famiglia rendono la vita difficile alle donne? Inoltre, come mai  tanti uomini si comportano in modo tanto aggressivo nei confronti delle donne?
Questo mi porta a dire che il problema di maggiore evidenza è quello culturale. E su questo bisognerebbe intensificare l’impegno. Una cultura della dignità della persone, di ogni persona, del rispetto reciproco…. Un lavoro da fare a tanti livelli. A partire dalla Scuola, dai gruppi giovanili, e questo non per puntare al domani, senza impegnarsi sull’oggi, ma per cominciare a mettere basi per una cultura diversa, già dall’infanzia, dai giochi…; e poi dai mezzi di comunicazione sociale, che spesso scadono nel volgare e nell’offesa della dignità femminile. Un impegno che riguardi uomini e donne, perché anche le donne non accettino  di diventare  “oggetto” di pubblicità offensiva e poco dignitosa. Seminari, manifestazioni anche, ma prevalentemente un lavoro continuativo, sistematico, sulla stampa quotidiana, attraverso la televisione, incontri formativi…
”Ma penso che sia necessario anche intervenire contro un clima eccessivamente permissivo che si è instaurato e che sembra giustificare la violenza del linguaggio, delle immagini,che vengono veicolate attraverso stampa, cinema e televisione” (L. O.).
“Trovo che  sarebbe molto interessante inoltre approfondire come “rivolgersi” ai clienti nel modo coinvolgente e responsabilizzante , prima che punitivo  e colpevolizzante ,come si fa di solito. Come penso che sarebbe molto interessante  davvero  approfondire il tema  : gli uomini italiani visti  da queste donne” (P. O.)

Maria Teresa Tavassi, con qualche nota aggiuntiva di socie de La Lucerna
La Lucerna. Laboratorio Interculturale



Care amiche vi scrivo…

prima che si dispieghino i saperi colti-coltissimi
dei fratelli in arme.
Con noi contro il sessismo,
con noi per un mondo d’intelligente proficuo conflitto.
Quando anche la politica si sacralizza
e devi scegliere fra l’ateista devota e la credente laica
noi donne,
chiuse dal telo che ci divide dalla stanza degli uomini,
scoperto che la nostra identità è il nostro corpo,
decidiamo di gestirci con l’utero
anche i nostri ombelichi e i nostri capelli.
Perché siamo impunite;
non ci è sufficiente la vulgata che iscrive la libertà femminile
anche nella scelta di coprirsi essendo invece questo simbolo certo di sottomissione.
Incontrovertibile.
E chi dice il contrario sa di mentire.
Il dominio delle leggi patriarcali
attraversa i secoli come un fiume in piena;
non bastano gli argini di poche donne coscienti
per non farlo straripare.
E’ il corpo della donna, la sua sessualità che occupa e preoccupa le menti e le leggi.
Se mi impongo come sesso egemone
hai solo da obbedire e se non lo fai sei fuori dal consesso.
Caldo e appiccicoso ma confortevole.
Fuori, fuori dove si respira aria pulita, fuori dai miasmi di religioni
e sacri paludamenti sempre indossati da chi ha i
pendentes e li impone.
Con inimicizia; con impudica arroganza.
Ma se, come mi auguro, verranno i giorni dell’ira, da non violente quali siamo
decideremo di non mettervi più al mondo.

Edda Billi  25 Ottobre 2006




Come donna sono furente, come cittadina Italiana ed Europea sono furente, come persona che si è sempre ritenuta orientata politicamente a sinistra sono furente e profondamente delusa.
La sopraffazione e l’odio per le donne, la strumentalizzazione nei confronti del genere femminile sono trasversali a tutto il genere maschile e non hanno né bandiera, né credo religioso, né colore politico, né età, né condizione sociale, culturale o economica.
Daniela Santanché non è né sarà mai la mia eroina né tanto meno mi sento da lei rappresentata politicamente ma, come donna, ha tutto il mio rispetto e il mio sostegno per aver detto una cosa profondamente vera: il velo non è una libera scelta delle donne islamiche, né sarà mai un semplice segno manifesto della loro identità culturale e religiosa. Punto e basta.
Non c’è Imam, teologo, conoscitore del Corano, paladino dell’Islam o difensore del rispetto delle culture non occidentali che tenga.
La sopraffazione, la coercizione e l’assenza di considerazione e rispetto per la libertà delle donne non sono e non possono essere considerati cultura, sono piuttosto incivili tradizioni condannabili sotto ogni punto di vista.
Non indossare il velo o il burka è una scelta che in troppi paesi le donne pagano con la loro vita. Bene ha fatto Daniela Santanché ad esprimere la propria condanna pubblicamente. Male, anzi malissimo, fanno tutti coloro che esitano a prendere posizione e a condannare con decisione le violente reazioni del mondo islamico maschile alle parole della deputata.
Certo, avrei preferito che una scorta fosse concessa a tutte quelle donne islamiche che scelgono di non indossare il velo o di sposarsi senza il consenso della famiglia o semplicemente di amare un’altra donna. Loro sì che ne hanno bisogno. Avrei anche preferito che al posto della Santanché in TV fosse seduta una donna islamica, per spiegare all’Imam il perché e il percome il velo e il burka non sono una scelta di libertà. Disgraziatamente alle donne non è consentito discutere alcun testo sacro e le donne islamiche contrarie al velo, e ce ne sono tantissime, e a tutte le altre atrocità che le leggi coraniche o sedicenti coraniche riservano al genere femminile, non hanno alcun accesso ai mezzi di comunicazione di massa. E non solo le donne islamiche subiscono questa limitazione, nel terzo millennio il pensiero e l’opinione delle donne non trovano ancora alcuno spazio nei mezzi d’informazione. In oriente come in occidente la comunicazione è maschile e maschilista senza eccezioni. Lo è, putroppo, anche quell’informazione che nostalgicamente ci ostiniamo a definire “di sinistra”.
Politicamente parlando non ci sono più né sinistra né destra per le donne, c’è ormai solo la prevaricazione globalizzata della libertà e dei diritti delle donne. Su tutto il pianeta ci sono ormai solo la guerra che gli uomini hanno dichiarato alle donne, il femminicidio, l’abuso e la strumentalizzazione senza tregua e senza pietà  del genere femminile.
Muoiono indossando il velo le donne impiccate o lapidate, condannate dai tribunali islamici. Ricordiamocelo tutte e tutti prima di parlare di rispetto dell’identità e della cultura religiosa, e non c’è religione monoteistica al mondo che rispetti o tenga minimamente in considerazione l’identità e la cultura delle donne.


Era una morte annunciata
 
Anna  Politkovskaja  è stata assassinata  per le sue inchieste, la sua passione  per la verità, la denuncia  coraggiosa  degli orrori di un regime  militarista,  autoritario   e  criminale. 
Noi della Casa Internazionale   delle  Donne, nell'esprimere  il nostro  dolore  e la nostra  profonda  indignazione, vogliamo  ricordarla  con le sue parole  e raccogliere  la sua volontà di libertà  e di giustizia.
“Non vogliamo  più essere  schiavi, anche se è quanto più aggrada  all'Europa  e all'America  di oggi. Né vogliamo  essere  granelli  di sabbia, polvere  sui calzari altolocati - ma pur sempre calzari di tenente  colonnello  - di Vladimir  Putin. Vogliamo essere liberi.  Lo pretendiamo.  Perché  amiamo la libertà  quanto  voi.
Io vivo la vita, e scrivo  di ciò che vedo" ("La Russia  di Putin", Adelphi, 2005)

A.F.F.I. - Associazione  Federativa  Femminista  Internazionale


In attesa dell' appuntamento del 28 ottobre alla Casa

Qui di seguito, l'appello degli uomini contro la violenza:
lo discuteranno con noi alla Casa il 28 ottobre, dalle ore 10 alle ore 20

link Leggi l'appello




European Truck Tour For Diversity - Against Discrimination

Giovedì 14 settembre 2006
Piazza del Popolo dalle 10,30 alle 19,30

La tappa romana di Europan Truck Tour For Diversity - Against Discrimination per una campagna di sensibilizzazione contro le principali discriminazioni e in particolare per sensibilizzare i datori di lavoro circa  i loro obblighi.

link Leggi gli interventi

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Culture e  convivenze : Multiculturalismo e conflitto tra i sessi
Bianca Pomeranzi , Liberazione 8 settembre 2006


Il  dibattito sulla violenza nei confronti delle donne sta coinvolgendo  progressivamente il tema della convivenza tra le diverse comunità etniche,  sempre più visibili nel nostro paese. Anzi, sembra quasi che nel caso  della violenza sessuale alle italiane come nella violenza di genere contro  le migranti sia sempre in gioco l’“altro patriarcato”, quello che viene  dal Sud del mondo e riduce le donne a soggetti totalmente vulnerabili.  Recentemente, anche autrici serie, come Elisabetta Rasy sul Corriere della  Sera, non hanno perso occasione di denigrare il “multiculturalismo  femminista” che non osa prendere parola sulla mancanza di libertà delle  straniere migranti. Su questo, concordo con quanto ha scritto Monica  Lanfranco proprio su questo giornale, citando le voci delle donne migranti  in altri paesi occidentali con una storia molto più lunga del nostro in  materia, che da tempo hanno svelato come un certo tipo di  multiculturalismo sia spesso un “contratto tra patriarcati”, che rimuove e  allontana il conflitto di sesso. Prendere  posizione su un tema così complesso comunque, non è semplice e richiede un  “salto epistemologico” che solo alcune pratiche politiche stanno iniziando  a compiere. D’altronde, l’incapacità è diffusa nella cultura politica  italiana corrente, particolarmente arretrata anche a causa  dell’imbarbarimento culturale subito nel quinquennio berlusconiano. Di  questo imbarbarimento fa parte un uso improprio della retorica sulle donne  migranti “vittime”, lanciato dalle rappresentanti istituzionali del  governo di destra che avevano fatto della “tutela delle donne” un’arma per  criminalizzare le culture dell’immigrazione. E’ proprio di questo atteggiamento che il movimento delle  donne vorrebbe velocemente sbarazzarsi, senza chiudere gli occhi,  ovviamente, di fronte al patto patriarcale che trasforma il dialogo tra  civiltà in un cupo silenzio sulle condizioni materiali di vita delle  donne. I casi recenti e clamorosi di Hina e di Kaur non possono  passare in secondo piano, non possono non essere chiamati per quello che  sono: violenze di genere. In un caso, quello di Hina, la nostra  legislazione è sufficiente a punire, ma non a prevenire, nell’altro  semplicemente nè totalmente inefficace. Perché come ben sanno anche le  donne italiane, non ci sono strumenti per resistere alle pressioni  patriarcali all’interno della famiglia, se non la presa di coscienza, la  presa di parola, e la ribellione. Occorre dunque riflettere su cosa si può fare per  intervenire efficacemente. Su questo le pratiche avviate dalle donne,  spesso a livello locale, hanno dimostrato che accanto alle campagne di  informazione e di denuncia, vanno costruite strategie di intervento  concrete in cui il ruolo del pubblico, locale o nazionale, è quello di  sostenere iniziative che valorizzino l’autonomia delle donne migranti  anche rispetto alle loro comunità. Si tratta di una strategia semplice, ma  complessa nella sua realizzazione, poiché richiede l’attenzione a una  “pratica delle relazioni” che anche una grande parte della politica,  schiacciata solo sulla decisionalità istituzionale, non è in grado di  comprendere in tutta la sua importanza. La situazione è resa più difficile  dal fatto che neanche le associazioni di rappresentanza delle differenti  comunità migranti hanno interesse a spezzare il patto patriarcale che sta  alla base di un multiculturalismo omertoso sul conflitto tra i sessi  (quindi di facciata). L’azione delle “native” - per tornare al titolo di  un convegno femminista sull’emigrazione organizzato a Torino più di dieci  anni fa - dovrebbe essere quella di mettere in luce l’insostenibilità di  quel “patto patriarcale” per tutte le donne che vivono in questo paese.   Mi auguro che gli sciagurati episodi di violenza - verso le  italiane e verso le straniere - rimangano tutti, senza distinzione, al  centro dell’attenzione mediatica: per fare in modo che il dibattito,  aperto tra intellettuali, giornaliste/i, rappresentanti istituzionali e  attiviste, non si chiuda relegandoli di nuovo in episodi di cronaca  locale. Il giusto scandalo per questi massacri non può tuttavia tradursi  in una sbrigativa condanna delle culture “altre”, e deve far riflettere  sulle conseguenze della globalizzazione sfrenata che non ha mai tenuto in  conto la sostenibilità umana del modello di sviluppo neo-liberale. Fare  fronte a questi fenomeni costringe adesso uomini e donne, politica  istituzionale e movimenti, a radicali mutamenti di visione e di pratica  politica. In questo senso anche la cooperazione verso i paesi del Sud del  mondo, può servire a comprendere e a intervenire in modo appropriato e va  mantenuta costantemente “in tensione” con quello che accade all’interno  del nostro paese. Cercare di affrontare il problema delle violenze di sesso e  di genere in questo nuovo contesto globale impone di mettere in luce  l’esperienza delle donne, native e migranti, nel Nord come nel Sud del  mondo, per smascherare le connivenze e le gerarchie tra patriarcati. Solo  così avremo una possibilità di superare la concezione liberale del  multiculturalismo: attraverso una politica delle relazioni e della  conoscenza, capace di fornire le basi per una convivenza tra diversi che  non offenda i corpi e i desideri di nessuna.

Bianca Pomeranzi
Liberazione - 8 settembre 2006

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Peccato di informazione
Monica Luongo, 7 settembre 2006

A volte, più dei terribili fatti di cronaca nera, colpisce la strumentalizzazione di commenti e cronache legati ai fatti stessi. In pochi giorni una giovane pachistana è stata uccisa nel bresciano, dalla famiglia che la considerava troppo “occidentalizzata”; una donna indiana si è uccisa a Modena per non cedere a un matrimonio combinato, una famiglia egiziana ha ottenuto la cittadinanza italiana e la padrona di casa si è fatta fotografare con il niqab, il velo che nasconde completamente il volto, lasciando scoperti solo gli occhi.

Abbiamo volutamente aggiunto la terza notizia alle due di nera, perché è così che è stata presentata il 2 settembre dal Corriere della Sera, nella stessa pagina di cronaca che riportava l’annullamento del vertice italo-libico in materia di immigrazione. Donne, corpi, mutilazioni, cittadinanza, lavoro nero, bambini, matrimoni misti, diritti islamico e italiano: tutto si mescola neanche troppo confusamente nelle pagine di uno dei maggiori quotidiani del paese, che neanche troppo sommessamente ha deciso di combattere una battaglia a colpi di mouse contro gli stranieri italiani. E’ quasi sempre il condirettore Magdi Allam, egiziano di nascita, a curare commenti e editoriali: sicuramente ha il pregio di chiarire le regole coraniche nel mare confuso dell’interpretazione degli italiani e ha tutta la libertà di esprimere le proprie opinioni.

Ma è molto pericoloso affermare che la foto della signora ormai italiana velata “è emblematica di ciò che diventerà la società italiana accordando la cittadinanza senza verificare i valori fondamentali della nostra società” e deplorando il fatto che alcune sentenze consentono alle donne di fede islamica di girare con il velo, ma di essere (e questo non è scritto) pronte a ogni richiesta di riconoscimento da parte di pubblico ufficiale. “E’ del tutto evidente che questa signora non si integrerà mai”, e via così, incluso il pericolo che la “nave (italia, ndr) affondi”.

Da italiana che spesso lavora nei paesi in via di sviluppo mi vergogno spesso o quantomeno mi sento in imbarazzo quando mi trovo a dover discutere, con donne afflitte dalle violenze domestiche o dalle discriminazioni più eclatanti, di progetti che dovrebbero venire da noi – le occidentali emancipate . Mi fermo all’Italia, terra di omicidi efferati, di donne fatte a pezzi da mariti, amanti e fidanzati e gettate nella spazzatura, perché è di spazzatura che si tratta nella mente dei responsabili; di stupri nelle metropolitane delle metropoli in ora di punta (e ora di stupri denunciate da donne lesbiche, punite per i loro orientamenti sessuali), di un numero indescrivibile e rimosso di violenze domestiche, quelle che commette l’insospettabile ingegnere vicino di casa, proprio come recitano gli ancora pochi verbali di polizia di coloro che riescono a trovare la forza di denunciare il partner. Con quale coscienza in questo paese si può parlare di degrado dei costumi, di navi che affondano, mentre le nostre cantine della morale pullulano di scheletri, ovviamente femminili?

Una questione non esclude l’altra: avviare una serie discussione sui temi della violenza contro le donne senza limitarsi all’inasprimento delle pene, comprendere e lavorare sulla presenza di straniere e stranieri in Italia, approfondendone le motivazioni e i progetti migratori; interagire con le reti migranti che continuiamo in gran parte a ignorare; favorire infine le reti sopranazionali di donne che da sempre lavorano e ragionano su questo, spesso insieme agli uomini.

Resta il problema dell’informazione: ci si rende responsabili se si mischiano cronache e violenze, minacce di invasori alle porte, degrado dei costumi e campagne buoniste ( come quella del precedente governo contro le modificazioni genitali femminili, che aveva per slogan l’orribile “Aiutala a dventare donna”). Ancora una volta uomini complici nell’usare indirettamente il corpo femminile per campagne che con le donne non hanno nulla da dividere. Basta già questo per far affondare la nave.

Monica Luongo
7 settembre 2006

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Voi maschi potreste anche parlare, e noi schierarci con Kaur e Hina
Franca Fossati, 7 settembre 2006

Allo stupro omofobico e/o fascista (vedi Viareggio); al più comune e nascosto stupro familiare; allo stupro discotecaro e a quello turistico se ne è aggiunto un altro, definito etnico perché compiuto da immigrati. Solo quest’ultimo sta facendo discutere ed è diventato “questione politica e istituzionale” (Lea Melandri, Liberazione, 5 settembre). Tutti i salmi finiscono nello scontro di civiltà. Per non parlare delle uccisioni, delle botte, delle segregazioni. Ieri l’assassinio di Hina che voleva vivere come un’occidentale; oggi il suicidio di Kaur che non voleva tornare in India dall’anziano marito imposto dalla famiglia e soprattutto non voleva che ci tornassero i suoi figli.

Solo pochi mesi fa avevamo scritto su questo giornale dell’orribile strage, tutta italiana e occidentale, di mogli e fidanzate e figli da parte di mariti e fidanzati abbandonati. Poco dibattito allora, il boia domestico non fa notizia. Tranne le solite femministe d’antan. Ancora una volta ci siamo esibite nelle solite riflessioni politicamente corrette. Anche oggi con gli stupri sono state richiamate le “riserviste”: come commentate le affermazioni del prefetto di Milano ( e di Roma) che dice che le ragazze sono imprudenti (Mariolina Iossa, Corriere della sera, 4 settembre)? Come mai non siete scese in piazza? Come “rispondete al fatto che gli uomini continuano a tradurre il sesso in una malattia rabbiosa e crudele” (Letizia Paolozzi, www.donnealtri.it)?

C’è da essere scoraggiate: succede più o meno come trent’anni fa e se ne parla più o meno come trent’anni fa. C’è chi si consola dicendo: ma oggi si denuncia di più; ma , almeno qui da noi, c’è più riprovazione sociale; lo stupro è violenza contro la persona, lo dice la legge. E poi i taxi rosa (ma chi ha qualche lustro in più si ricorda “riprendiamoci la notte”?) e i negozi aperti, gli incroci illuminati. Ben vengano, finalmente. C’è sempre chi dice che le pene devono essere più severe. E chi ribatte che non è con le leggi che si risolve il problema, che il mito della sicurezza “è una trappola” (Angela Azzaro, Liberazione, 1 settembre). E chi contro-replica: la sicurezza è libertà, come negarlo (Dorina Bianchi, Europa, 2 settembre)?

Negli anni settanta almeno eravamo riuscite a riportare lo stupro “al grado zero: un uomo stupra una donna” (Maria Serena Palieri, L’Unità 3 settembre), oggi ci sono aggravanti politicamente sensibili.

Ed è indubbia la contraddizione e il conflitto tra culture e tradizioni, non solo religiose, che legittimano la violenza contro le donne e negano al sesso femminile la libertà di scelta e società come le nostre che le donne hanno già in parte trasformato iscrivendo, a fatica, (quanta fatica!), la libertà femminile nelle leggi e nel costume. Ma possiamo parlarne come se fossimo in un mondo di innocenti invasi dai barbari? Chi è innocente, chi?

Perché, una volta tanto, non siete scesi in piazza voi uomini? Perché non avete gridato ai vostri fratelli di sesso, musulmani, cristiani, atei, coatti qualunque, che è ora di smetterla, che c’è un altro modo di essere maschi? Come mai i vescovi e il Papa non tuonano dai pulpiti, non minacciano scomuniche e inferni? Rispondete, su rispondete. Ce l’avete un altro modello in testa e sotto la cintura? Ne avete parlato ai vostri figli? Avete mostrato in casa e in famiglia come vanno rispettate le mogli, le madri, le figlie? Lo avete spiegato ai vostri compagni di lavoro stranieri che il corpo dell’altra è inviolabile, senza il suo consenso? Vi siete mai mostrati orgogliosi con gli altri, con “i barbari”, della libertà che le vostre donne si sono conquistate anche contro di voi?

In realtà è più facile parlare di leggi e di codici; fare la predica alle femministe o, peggio, rimpiangere quei “valori” patriarcali che gli altri, gli stranieri, incarnano con tanto crudele rigore. Come in “uno specchio deformante e inquietante” (Alberto Leiss su donnealtri.it).
So bene che un’invettiva anti maschi serve solo come training contro la depressione. E so anche che noi donne del “mondo libero” non ci possiamo del tutto chiamare fuori. Innanzitutto come madri di figli maschi. E come mogli complici, sorelle accondiscendenti, acide rivali delle altre. E soprattutto, nel discorso pubblico, dobbiamo decidere se stiamo dalla parte di Hina o della sua comunità che in qualche modo ha giustificato il padre assassino. Se onoriamo Kaur o la sua famiglia indiana che l’ha portata al suicidio. Se ci sentiamo abbastanza forti da offrire, senza complessi e falsa coscienza, una sponda pratica e simbolica alle donne che vogliono liberarsi dalla segregazione e dalla violenza. Ce lo aveva già chiesto chiaramente Ayan Hirsi Ali nel suo libro “Non sottomessa”. Vale la pena di rileggerlo.

Franca Fossati
tratto da "Europa" del 6 settembre 2006

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Contro le radici sessiste dell'Europa
Edda Billi, settembre 2006

E siccome divento ogni giorno di più trasparente, ogni giorno di più invisibile mi chiedo cosa fare per volare più in alto, almeno quel tanto da non essere contaminate dalle lordure di questa società monosessuata, sessista e criminale.
Lo so, come dice Bianca Pomeranzi che “al soddisfacimento del bisogno di libertà del vivere e del convivere” quale possibilità per sconfiggere i fondamentalismi bisognerà mettere al lavoro le esperienze acquisite dalle donne per liberarci dal dominio patriarcale.
Ma cosa fare di fronte ai troppi merli che fischiano ingiurie e falsità contro di noi dimenticando quale lunga e dura lotta abbiamo fatto per ottenere che la violenza sessista fosse, come è, violenza contro la persona e non contro la morale come per secoli è stato, relegandoci a meri oggetti per i piaceri criminali dei tanti merli che pontificano sconsideratamente.
Lo so, come dice Lea Meandri, che “il boia domestico non ha patria” visto che gli stupri e le violenze in famiglia sono all’ordine del giorno e che se di violenza bisogna parlare questa è sessista e non razzista come troppi vorrebbero che fosse.
Questi sciagurati “nati di donna” sono tanti, troppi; li mettiamo al mondo noi e non so per quale misteriosa e sporca ragione tentino di distruggerci.
Me detto questo cosa fare per farci ri-sentire, per uscire dal silenzio in cui stiamo ritornando, per tentare almeno di esistere intere, senza mediazioni ipocrite più o meno istituzionali, tristissimi approcci di ministre e sindache che ignorano la nostra esistenza, che perpetuano l’andazzo patriarcale.
Volare alto significa prenderci per mano, uscire dalle monadi in cui ci siamo rinchiuse, riprendere una comunicazione, vera, fattiva, viva.
Significa non delegare nulla a nessuno, a nessuna.
Ripartire da noi e ricucire i rapporti sbrindellati, fare dei nostri corpi violentati fisicamente e psicologicamente dei baluardi contro l’infamia che ben definisce tutto il patriarcato, che non ha frontiere, che non ha colori.
I patriarchi si somigliano tutti e tutti, ma proprio tutti sono misogini e criminali.
Significa, volare alto, non accettare più compromessi dei vari pari-opportunismi, riprendere la parola, riprenderci i corpi e uscire dai troppi convegni spesso fini a se stessi e soprattutto anche questi ignorati e messi sotto silenzio dalla comunicazione che si perde in servizi demenziali e offensivi.
Cosa fare contro un sistema che ci è nemico e che, come dice Lucilla ci ha dichiarato guerra, se non prendere atto e decidere di passare al contrattacco.
Gli stupri non si contano più; ora anche le lesbiche in quanto tali sono prese di mira. Mi sembra cresciuta quest’antica offensiva persino dai tempi del primo femminismo e con troppe donne a difenderli, stampelle del patriarcato, a volte quasi più feroci dei figli e mariti che proteggono.

E’ dura, lo so.
Ma non possiamo solo subire; bisognerà pure trovare le forme di risposta e che non siamo soltanto quelle di difesa o di crocerossine pietose.
Io non ne posso più.
E voi?

Edda Billi

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Comunicato delle Rete di Donne di Bologna
in merito alle politiche culturali contro la violenza sulle donne.
Rete di donne di Bologna, 29 agosto 2006

Non passa giorno senza apprendere che una donna è stata violentata, picchiata, uccisa. Ogni volta siamo colte da rabbia, umiliazione, sensi di colpa. Ma non è più sufficiente dire "basta", uscire dal silenzio, dare e ricevere solidarietà. Vogliamo i cambiamenti che sono necessari a fermare la violenza degli uomini sulle donne. Sappiamo che occorre riparare, là dove è possibile, là dove la violenza non conduce alla morte. Occorre prevenire; occorre modificare la cultura patriarcale che produce violenza.

Conosciamo la difficoltà che esiste a sfatare gli stereotipi sulla violenza alle donne; tra questi se n'aggiunge uno, che vuole la violenza legata prevalentemente all'immigrazione, sappiamo che non è vero.
La massima cruenza esplode tra le mura domestiche, la prima causa di morte delle donne fra i 16 e i 44 anni, è la violenza subita in famiglia. Riconosciamo, tuttavia, le profonde differenze portate da culture tradizionali e tradizionaliste, che negano la donna come soggetto. Senza il riconoscimento della libertà e della dignità della donna non è possibile convivenza.
Vogliamo costruire con le donne, italiane ed immigrate, e con gli uomini, pratiche di relazione non violenta tra i sessi, di rispetto e di riconoscimento delle donne.
Intendiamo garantire gli spazi di libertà femminile.

A Bologna ci sono luoghi e associazioni femminili che sono da tempo impegnate a ridefinire il rapporto tra i sessi e lavorano per le donne in difficoltà, a cominciare dalla Casa delle donne per non subire violenza. Sono competenze ed esperienze accumulate da tante e in tanti anni, che, purtroppo siamo continuamente costrette a rimettere in campo. Sollecitiamo la società tutta e le istituzioni a passare dall'enunciazione ai fatti, mettendo in rete azioni, esperienze e competenze, come il tavolo costituito a Bologna nei mesi scorsi, dall'Assessora alle Differenze, e non ancora operativo.

Istituzioni, servizi, strutture educative, forze dell'ordine, parti sociali, partiti politici, mass-media, donne e uomini della città, tutti si devono sentire coinvolti in un'unica forza di cambiamento. Ci sono piani d'azione differenziata; dalla complessità dell'azione educativa e i servizi di welfare adeguati, a provvedimenti semplici e tuttavia utili; come i "taxi rosa", mezzi pubblici più efficienti, più attenzione e sensibilità alla persona e la valorizzazione dei tanti progetti e iniziative attorno alla prevenzione della violenza, promossi dalle associazioni femminili di Bologna.

Non basta la consapevolezza femminile a fermare le mani maschili che violano la mente e il corpo delle donne fino ad ucciderlo. È indispensabile che assieme alle donne anche gli uomini, singolarmente e collettivamente, si assumano la responsabilità del cambiamento, con contributi di riflessione e azione.

Dire "basta" non è sufficiente, ma è importante. Proponiamo e lavoriamo per una grande manifestazione nazionale che richiami attenzione e visibilità su questi temi.

29 agosto 2006
Rete di donne di Bologna

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Pronte a mobilitare in piazza la società civile contro la violenza sulle donne.
Telefono Rosa, comunicato stampa del 1 settembre 2006

Il Telefono Rosa condivide le dichiarazioni del Ministro Pollastrini e chiede azioni concrete e immediate.

Le dichiarazioni rilasciate oggi dal Ministro Barbara Pollastrini (intervistata oggi dopo l'ennesimo caso di stupro questa volta in Versilia) rendono finalmente giustizia a quella che non è, come molti preferiscono far credere, una sequenza occasionale di episodi di violenza sulle donne, ma una vera e propria "emergenza sociale".

"Finalmente abbiamo un Ministro che esprime a pieno - dice la Presidente Carnieri Moscatelli - il pensiero della nostra associazione, che da quasi vent'anni si confronta con questo gravissimo reato e che ormai da molti mesi denuncia un incredibile aumento delle violenze e degli stupri.
Condividiamo totalmente le azioni proposte dal Ministro, primo fra tutti un piano nazionale di misure di contrasto a questo dilagante fenomeno. Poi un osservatorio ministeriale, un doveroso inasprimento delle pene e l'aiuto legale alle vittime.
Nell'immediato, a nostro parere vorremmo, che la rappresentante del Dicastero delle Pari Opportunità sollecitasse il Ministro degli Interni Amato ad una maggiore presenza e sensibilità delle Forze dell'Ordine sul territorio"

"Il Telefono Rosa - continua la Presidente - metterà a disposizione tutta la propria esperienza e il proprio impegno per dare in ogni sede, sia nazionale che locale, il contributo necessario affinché questo piano prenda vita in tempi brevi. La nostra associazione fa anche appello a tutti i Centri Antiviolenza d'Italia perché si rendano ugualmente disponibili e testimonino sia al Ministro Pollastrini che al Governo tutta la convinzione che solo simili misure possano essere una giusta risposta a tanta violenza e tanta crudeltà contro le donne. Siamo pronte, qualora dovesse risultare inevitabile, a rappresentare la preoccupazione di tutta società civile con una grande manifestazione a Roma.

E' ora di affrontare concretamente il problema!"

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Comunicato della LAI*
Lesbiche Antifasciste Italiane

Lo stupro perpetrato in questi giorni a Torre del Lago è un delitto "politico" contro una donna lesbica e a rendere più intollerabile l'evento, di per sé doloroso, è il fatto che per crimini di tale natura non esistono ancora in Italia quelle tutele specifiche, che sono già presenti in altri stati. Come spesso in passato, i giornali hanno catalogato l'episodio nella cronaca, evidenziando soprattutto che i violentatori sono "italiani". Oh guarda che stranezza, non sono stati dei fondamentalisti islamici! E com'è possibile che accadano "certe cose" in un Paese cattolico e bianco e capitalista, magari ad opera di bianchi e capitalisti, convinti anche di essere buoni cattolici?

Ancora una volta sulla stampa si è parlato principalmente della circostanza che Paola, lesbica, è stata stuprata in una zona appartata dove si era recata di sua volontà...come a dire che in fondo se l'è cercata e che esistevano motivi spiegabili - il lesbismo e la pretesa di girare da sola - perché qualcuno "liberamente" ne abusasse. In questo stupro di matrice politica la violenza è doppia: contro un corpo di donna, contro un corpo di lesbica. E l'oggetto della violenza ha tanti nomi. Oggi si chiama Paola, a Torre del Lago; ma si chiamava con un altro nome altrove, oppure non ha potuto neanche nominarsi, come in tanti casi non denunciati per la paura dettata dall'intimidazione.

E' necessario dire chiaro e forte che si è trattato d'una violenza fascista, d'uno stupro di massa alimentato dall'ideologia patriarcale, religiosa o laica che sia. Lo stupro di Paola è l'ennesimo episodio della continua, ripetuta aggressione nei confronti di lesbiche, gay e transessuali e purtroppo non sarà neanche l'ultimo, perché l'estrema destra in Italia da anni sta alimentando odio e violenza verso chi - a parer suo - reca danno alla triade Dio-Patria-Famiglia. Questa brutale campagna d'opinione va avanti da anni, acquistando un carattere sempre più dilagante e devastante, dati anche i tentativi - espliciti o striscianti - di sminuire la gravità degli attacchi che "i bravi ragazzi", rappresentanti delle "sane famiglie", impunemente portano avanti.

Dobbiamo cambiare rotta. Lo stupro, soprattutto uno di questo tipo, non si esaurisce fra vittima e carnefice, ma si estende alla comunità di cui il soggetto violentato fa parte. Colpire una donna lesbica, un gay, uno o una trans, oltre ad essere un crimine odioso contro la persona che ne è vittima, tende a colpire al cuore la sua, la nostra comunità d'appartenenza.

E' necessaria una forte battaglia culturale e anche un'azione legislativa specifica, per fermare non solo gli esecutori dei crimini, ma anche tutti coloro - siano essi opinionisti, politici, medici, religiosi d'ogni estrazione - che, sostenendo il disprezzo e l'odio verso gay, transessuali e lesbiche, o verso quelle altre donne eterosessuali che comunque vivono liberamente la loro sessualità, alimentano il retroterra culturale in cui maturano delitti come questo.

Dobbiamo lottare con fermezza perché sia varata una legge contro le discriminazioni d'ogni portata, nei confronti di tutte le persone che vivono liberamente la propria sessualità e la propria identità di genere; dovremo altresì vigilare sull'applicazione di questa legge e garantire che vengano svolte campagne per farla conoscere; ma dovrà cambiare anche l'atteggiamento del "movimento lgbt" verso la discriminazione rivolta ai "diversi", deve cambiare a partire da adesso. Bisogna saper mettere in campo una mobilitazione tempestiva, per far capire che la persona oggetto di violenza NON E' sola. Fascisti ed estremisti di destra in genere contano proprio sulle divisioni esistenti all'interno del movimento, per portare avanti il loro progetto reazionario con l'avallo delle chiese, della famiglia e di tutte quelle istituzioni la cui esistenza si fonda sulla sottomissione delle donne e dei "diversi".

Basta. Va fatta giustizia nei confronti di chi abbatte il suo odio cieco sui deboli e "diversi", testimoni che, col loro semplice "esistere", sono i germi vitali di un modo altro e possibile d'interpretare il mondo. I delitti causati da odio fobico verso gruppi differenti dal proprio si assomigliano tutti, quale che sia la specificità del gruppo. L'inclusione dei crimini compiuti a danno degli appartenenti alla comunità lgbt tra quelli determinati da differenze razziali, etniche, religiose e nazionalistiche, per i quali la legge Mancino prevede specifiche tutele, è dunque il minimo che si possa oggi pretendere da una società civile europea.

Ribadiamo: dello stupro di Torre del Lago subito da Paola, una lesbica trentenne, sono responsabili tutti. Tutti quelli che in questi mesi hanno designato i gay tramite il termine di "culattoni", tutti quelli che vogliono "curare" coloro che suppongono e definiscono come "malati", o "pervertiti", o "froci", ma sono responsabili anche quelli che associano la parola gay a pedofilo. Sono  s i n g o l a r m e n t e  responsabili tutti coloro che non vogliono garantire alla comunità lgbt i diritti, che non vogliono tutelare i suoi componenti sul lavoro e nella vita, disattendendo consapevolmente lo specifico invito della Comunità Europea, a varare leggi di tutela dalle discriminazioni in base all'orientamento sessuale.

Lo stupro di Torre del Lago pesi sulle loro coscienze, perché questo atto è la quasi-diretta conseguenza delle tante vessazioni, piccole e grandi, fatte subire alla comunità lgbt quotidianamente e molto spesso coperte da silenzio; è la conseguenza quasi-diretta di discriminazioni che generano la paura; è il risultato delle tante parole d'odio dette e sentite in tv, lette sui giornali o udite nei comizi, sbandierate con estrema arroganza dai vecchi e dai nuovi fascisti.

A Paola giunga la nostra voce, la nostra solidarietà di donne, di lesbiche pronte a scendere in piazza per lei e per le altre, per quelle tante che, diversamente da lei, non trovano il coraggio di pervenire, con la stessa sua forza, alla denuncia.

*  La LAI, Lesbiche Antifasciste Italiane, è una lista apartitica di discussione, confronto e informazione di Lesbiche che, mentre si riconoscono nel principio etico che ogni diversità è un valore e pertanto deve essere rispettosa civiltà, si dichiarano antifasciste, antirazziste, laiche,femministe, e pacifiste.

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Violenza Sessuale: è ora di una nuova consapevolezza
Ivana Bartoletti

Dalle cronache degli ultimi giorni è palese che sia in atto una recrudescenza della violenza sulle donne, una questione seria che interroga tutte e tutti noi. Ma è altrettanto palese che sia in atto una certa confusione, legata anche all'aumento della pericolosità nelle nostre città: siamo su un crinale rischioso, che mette in discussione gli approcci tradizionali. E bene ha fatto il sindaco di Brescia Corsini a distinguere tra la violenza maschilista su Hina e la serie di delitti cha ha colpito la città, mentre è sconcertante la reazione da parte della destra e di Calderoli alle sue parole.

Dobbiamo partire da un dato e avere il coraggio, tutti, di ammetterlo: c'è un filo conduttore, un nesso diretto tra la barbara uccisione di Hina e le troppe violenze, gli stupri di gruppo che segnano la cronaca delle nostre città: è la stessa violenza dei maschi contro le donne, che nulla ha a che vedere con le religioni e con il colore della pelle. Anzi, spesso usa la religione come clava per imporre il proprio maschilismo proprietario e negare i diritti delle donne.

Basta parlare con gli operatori dei nostri pronto-soccorso per capire quante siano le violenze domestiche, quelle non denunciate ma perpetrate nel silenzio, nell'omertà e nel dolore da parte di italiani o stranieri, di qualsiasi ceto sociale essi siano.

Basta pensare ai mariti italiani che fino a pochi anni fa, era il 1981, disponevano del delitto d'onore per mitigare le condanne per le proprie efferatezze ai danni delle mogli e delle figlie.

E ognuno conserva la memoria di soprusi, nei paesi come nelle città, e che certo albergano di più dove di più alberga l'ignoranza.

Tutti sanno quanto le lotte delle donne abbiano combattuto contro la misoginia e l'oscurantismo, dando così forza, vigore e sostanza politica a quel grande movimento delle idee che fu il Sessantotto, tanto è vero che l'Italia di strada ne ha fatta in trent'anni, traducendo in leggi i diritti delle donne.

Ora c'è un tema, quello della recrudescenza delle violenza, che ci scandalizza di più quando è perpetrata da immigrati.

La sicurezza nelle strade, nelle città e nelle case è un diritto di tutte le donne, di qualsiasi appartenenza sociale, religiosa e culturale, e sarebbe utile che ne parlassero anche i maschi, gli intellettuali ed i politici.

Dobbiamo sgombrare il campo da un grande equivoco e cioè affermare che mai possiamo anteporre le culture alla dignità delle donne.

Proviamo noi donne ad immaginarci quaranta anni fa immigrate in un paese più emancipato: avremmo forse accettato di buon grado un matrimonio riparatore per le nostre figlie (cioè possibilità per lo stupratore di avere estinto il reato se poi sposa la vittima, in vigore in Italia fino al 1981) mentre le giovani del posto erano libere di scegliere il proprio futuro?

O ancora oggi, una donna italiana in Finlandia per trovare lavoro rifiuterebbe un posto nel consiglio di amministrazione di qualche azienda perché in Italia non ci sono le quote rosa mentre invece una legge finlandese impone alle aziende la parità?

Sembrano dissertazioni banali, ma non lo sono. Ci servono per chiederci: è possibile pensare ad un "progressismo dei valori" a cui chi entra nel nostro paese debba necessariamente aderire? Una carta dei valori, come giustamente ha proposto il Ministro Amato che insieme alla cittadinanza breve permetta di indicare un sistema di libertà per tutti, a partire dai diritti delle donne.

Non si tratta di una difesa dei "valori" dell'Occidente, di cui sono paladini Marcello Pera e Calderoli, gli stessi che mentre inneggiano alle libertà dell'Occidente, pensano a un nuovo oscurantismo, copiato in maniera dozzinale dai neoconservatori americani, che vede proprio nell'autonomia femminile il più grande terreno di arretramento.

Si tratta di affermare che non dobbiamo mai anteporre le culture alla cultura del progresso e dei diritti: solo così potremmo permettere ad esempio alle donne marocchine che in Marocco lottano per la loro emancipazione e ottengono un nuovo Codice di famiglia, di essere libere anche in Italia, impedendo ai loro maschi di confondere la nostalgia di casa con il conservatorismo e il maschilismo.

Oppure fare in modo che non avvenga più l'assurdo paradosso che, mentre il padre di Hina in Italia si permette per anni soprusi fino alla tragedia finale, il suo omologo in Pakistan venga denunciato e portato alla gogna dell'opinione pubblica.

Noi giovani donne dei Democratici di sinistra vogliamo lavorare su questo terreno, consapevoli che i nostri bisogni di "italiane" non siano dissimili da quelli delle giovani immigrate di prima o seconda generazione: tutte, proprio tutte, cittadine dello stesso paese, abbiamo diritto a città sicure, ad un nostro futuro, alla nostra formazione culturale e professionale, ad un lavoro che ci soddisfi, all'accesso alle carriere, all'accesso al credito per fare un mutuo per comprarci la casa in cui costruire  la nostra autonomia e le nostre famiglie. Abbiamo diritto di coniugare professione e voglia di maternità, così come abbiamo diritto ad una televisione di qualità che non faccia di noi solo comparse o veline.

Abbiamo diritto ad una parità reale e sostanziale come leva di sviluppo del paese.

E allora, solo dopo aver sgombrato il campo dagli equivoci,  affermando il principio che l'appartenenza ad un futuro comune sia più importante di ogni altra appartenenza culturale o religiosa, che possiamo collocare il tema della violenza sulle donne nella sua giusta posizione: materia di sicurezza, repressione e riqualificazione urbana certo. Ma anche affermazione di valori e principi come terreno di costruzione di una nuova cittadinanza, per tutti.

Con questa consapevolezza le giovani diessine avvieranno una grande mobilitazione, fatta di dibattiti e incontri in tutta Italia: ma chiediamo alle migliori energie del paese, alle donne e agli uomini del mondo della politica, delle associazioni, di tutte le appartenenze culturali e religiose, a tutti gli enti locali, di stare con noi, perché questa consapevolezza si traduca nel coraggio di affrontare finalmente un dibattito nuovo.

Ivana Bartoletti
Presidente nazionale Associazione Anna Lindh
Dipartimento Donne DS

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